Presentazione

L’assenza

di Franco Basile

Come Jean Dubuffet, Gianna Regina Mazzoli doveva sentirsi stanca di tutte le immagini istituite, di tutto quanto veniva sfornato dalla fabbrica dei pensieri in scatola, di tutto ciò che la catena della produttività culturale smerciava con ipnotica e opprimente serialità. E come Dubuffet, Gianna voleva rimettere le cose al loro punto di partenza, “al loro punto zero  – per dirla con l’immaginifico francese – prima di qualsiasi vocabolario”.  L’invenzione è il fenomeno che fissa la produzione dei sogni, rientra in un almanacco privo di dati specifici, in un prontuario del sentimento senza numeri e senza formule: l’immaginazione è sorella di chi viaggia sul lato romantico della vita, di chi percorre corsie dove la segnaletica offre possibilità espressive e dialogiche alternative fino ad aree di sosta aperte ad una spontanea indipendenza linguistica e tecnica. Infaticabile nella ricerca di variazioni, Gianna amava le novità, la bizzarria, l’originalità. Sperimentatrice a tempo pieno, sosteneva che la verità ha bisogno di essere sostenuta dal sogno, e che l’arma migliore per cambiare le cose è, appunto, l’immaginazione. Disegnando un sorriso dalla piega amara, diceva che se la ricchezza andava misurata in base al materiale onirico a nostra disposizione, lei poteva considerarsi milionaria.

Ancora giovanissima, accostata alla visionarietà del surrealismo, quindi alle idee di Dubuffet, dell’art brut, interessata al linguaggio neodadaista, in particolare agli assemblaggi polimaterici, poi alle ricerche astrattiste, alle concezioni spazialiste di Fontana e alla poetica dell’object trouvé, ha finito per dar voce al proprio universo con un’iconografia tra il provocatorio e il favoleggiante e una scrittura volta alla trasgressione e all’eccentricità. E ancora, con una serie di pagine, dettati autobiografici venati di erotiche allusioni, che sono elaborati dove il segno ospita la metafora di un animo che col trascorrere del tempo sembra essersi reso meno disponibile al gioco delle illusioni. Ci sono tratti che evocano il concepimento, visioni che ospitano trasporti densamente drammatici, immagini tanto vitali quanto ossessive, infine, tracce di amori disperati.

Questa parabola creativa si trascina fino agli ultimi atti di un’esistenza consumata nel volgere di poco più di tre decenni. I pensieri di Gianna si rincorrono nell’ansia sospinti da una carica emotiva unita a un’azione segnico-gestuale. Sul finire del proprio tempo la realtà, ormai, è più evocata che materialmente attraversata, come l’eco di una chanson realiste che rimbalza qua e là e che rende la superficie del cuore un pentagramma sordo ai richiami del mondo che li genera. I fogli di Gianna reggono appena il peso delle ombre che nel loro succedersi acquistano valenza nella consistenza dei neri neri. Il tempo dei racconti policromi, delle favole confezionate dall’ironia appartiene al passato, che non è poi tanto lontano essendo così ridotto il corso del suo esistere. La considerazione della vita umana come condizione d’angoscia è un’idea che si è velocemente impadronita di lei, per cui tutto è come se si fosse tradotto in una partecipazione cosciente alla sofferenza. Di qui tanti racconti con la disgregazione dell’impianto figurativo determinato dal linguaggio informale, e in lei, una carica sì dolorosa da manifestarsi con tratti tanto vitali quanto ossessivi, quindi un mondo popolato da elementi biomorfici e da microcosmi organici densi di acida energia. Ecco allora formarsi un pullulare di esseri in un atlante dalle tavole raschiate da una lacerante solitudine, una geografia di quel che resta di una vita, di un sussulto di chimera da ospitare in un giocattolo rotto, o da avvolgere in un pezzetto di carta stagnola assieme al sapore di un’imminente, definitiva assenza.

Tecniche miste, collages, incisioni, figure, nudi, animali: e le macchie, quelle oscure presenze che smarginandosi vanno al di là della superficie. Ombre livide o trasparenti che disegnano un nulla nella desolata sostanza di una memoria che si vorrebbe cancellare. Ombre che rivelano innumerevoli forme di vuoto, ombre attraversate da pensieri come occhi dotati di grande penetrazione. Ombre, macchie dietro alle quali si cela il mistero e tutto quello che il tempo ha cullato dentro di sé. Gianna ha lungamente viaggiato in territori segnati dall’indistinto, perché conosceva bene le aree frequentate da cose che, nella loro trasposizione ideale, determinavano la sostanza della tenebra. Ecco perciò forme vagheggiate, soggetti dai contorni imprecisati: nel lasciare ampio margine all’introspezione, Gianna ha cercato un legame tra dimensione sensoriale e spirituale sperando di dare un nome al segreto di una notte, illudendosi forse che l’oscurità potesse all’improvviso aprirsi al passaggio di una meteora, alla corsa di una stella cadente che nel precipitare nello spazio avrebbe inciso una ferita d’argento sulla pelle del cielo.

 

Franco Basile, scrittore, giornalista e critico d’arte ha redatto testi per numerosi libri su artisti di fama internazionale. Ha curato per più di 30 anni la pagina dell’arte del Resto del Carlino di Bologna.

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